Ponte Morandi, Genova, Anpas e il volontariato


Le parole non sono mai quelle giuste per descrivere fatti come quello che l’Italia intera ha vissuto con i propri occhi e Genova ha vissuto sulla propria pelle.

Ma questo non ci deve limitare nel descrivere le cose che ci accadono, di far vedere agli altri il nostro punto di vista.


Chi vi scrive è Leonardo, un volontario della Pubblica Assistenza di Pisa, uno dei tanti, forse nemmeno il più legato al capoluogo ligure, e nemmeno il più impegnato nel far fronte alle richieste pervenute da Genova. 

Ma comunque vi voglio raccontare una storia, una storia di Anpas, una storia nostra, ma che è anche la storia di una città ferita, di nuovo.

La storia di una città fragile ma forte, fatta di persone che non si piegano e reagiscono.

Reagiscono alle alluvioni, al crollo della torre piloti, al crollo del viadotto Morandi. E reagiscono con i fatti, con le azioni, in maniera forte e determinata.

Lo dimostra anche la nostra cultura, gli artisti e le canzoni genovesi, come De Andrè, che cantano della loro città e ne creano una memoria storica importante, come la canzone Dolcenera, che descrive una delle tante alluvioni che hanno piegato la città e che, verosimilmente, continueranno a farlo.

Ma è anche la storia di chi, come me, oggi non si è allontanato da Pisa, ha seguito le vicende sul suo smartphone o in tv, ma, appena possibile ha fatto quel che poteva per aiutare chi è stato coinvolto in questa vicenda.

Ho 33 anni, faccio il volontario da quando avevo 18 anni e lo faccio attivamente, dedicandomi a numerosi settori, forse anche troppi. Da quando ho iniziato, ho sempre avuto ruoli di responsabilità. Alcuni cercati, come quello per la comunicazione (e non è un caso quindi che vi stia raccontando qualcosa), alcuni affidatomi negli anni. Mi sono sempre reso disponibile a nuove sfide e a nuove avventure e questo ha rallentato i miei studi in ingegneria edile – architettura, ma mi hanno aperto le porte ad essere un cittadino “consapevole”.

A differenza di quanto visto in tv, letto sui social o sentito nei bar di tutta Italia, non mi interessa cercare dei colpevoli. Qui, come dopo i terremoti o altre calamità, bisogna guardare la realtà e reagire.

Quel che accaduto è accaduto, qualcuno purtroppo ha perso la vita, qualcuno sta lottando per la vita, qualcuno sta lottando per cercare di estrarre i superstiti dalle macerie.

Nel mio essere volontario c’è questo ultimo aspetto. Cercare di fare qualcosa, nei limiti delle proprie capacità e possibilità per aiutare gli altri.

Sono forse un po’ fatalista, quel che succede doveva succedere, anche se questo stride un po’ con il fatto che sono consapevole che in tutto quel che accade c’è sempre la mano umana che gioca un ruolo fondamentale. 

In questa giornata non mi sono interrogato sul perché sia successo, qualche pensiero l’ho fatto per carità, ma anche il miglior ingegnere del mondo, guardando le cose in tv, difficilmente può avere una risposta così su due piedi. Quindi, non ho preso parte allo sport più diffuso nell’Italia di oggi, ovvero la ricerca di un capro espiatorio e la diffusione di sentenze affrettate e spesso fuori da ogni logica.

Ma, subito dopo l’accaduto, nella più totale incredulità, una cosa l’ho fatta: ho iniziato a pensare a cosa mi legava con quella situazione e l’ho sentita subito mia.

A giugno, in occasione del terzo gemellaggio delle Pubbliche Assistenze delle Repubbliche Marinare eravamo li, a conoscere meglio i nostri colleghi volontari genovesi, nella loro terra, negli spazi che vivono, strappati e stretti tra la montagna e il mare. 

Eravamo con loro, ci hanno mostrato la loro realtà, il loro impegno nel fare soccorso sanitario, protezione civile, servizi sociali lì, tra mare e montagna, dove tutto è incastrato al centimetro e dove la natura mostra tutta la sua bellezza ma anche tutta la sua potenza rendendo le cose difficili.

Per di più non era successo qualcosa a Genova ma era crollato il Ponte Morandi, il ponte con la P maiuscola.

Chiunque sia passato dal Ponte Morandi, difficilmente non è rimasto colpito da quella struttura imponente, ma che dava comunque un senso di precarietà.

L’avevo osservato e commentato spesso tra maggio e giugno quando passavo di li per andare a Torino per partecipare alla sperimentazione della Campagna “Io non rischio – Scuola” promossa dal Dipartimento Nazionale di Protezione Civile, da Anpas, Ingv e molti altri enti.

Le prime immagini cominciavano a confermare quel che già immaginavo. Molte delle ambulanze riprese avevano il logo Anpas. Sapevo quindi che qualcuno di quelli che avevo conosciuto erano già li. Avevano magari svestito i loro abiti da lavoro o avevano rinunciato a un giorno di ferie e avevano indossato la divisa e si erano resi disponibili nelle loro associazioni.

Qualche chat con volontari di altre regioni confermavano proprio questo. La macchina dei soccorsi di Anpas era partita. Si stava attivando e si stava calibrando per dare, come sempre, la miglior risposta in tempi brevi alle richieste di soccorso sanitario e alla logistica di Protezione Civile. 

Non solo l’essersi attivati era importante, ma importante era anche la comunicazione organizzativa: andate nelle vostre sedi, rendetevi disponibili, preparate ambulanze e attrezzature ma rimanete lì in attesa di essere chiamati. 

Perché il sistema dei soccorsi per funzionare non ha solo bisogno di uomini e mezzi, ma serve un coordinamento. Serve principalmente un coordinamento.

Poche ore dalla sala operativa di Anpas arriva una richiesta di supporto che mi riguarda più da vicino. Serve la cucina mobile di Anpas Toscana, quella che è parcheggiata da qualche giorno nel parcheggio della nostra sede e che ci era servita per la nostra festa del volontariato. 

La cucina è parcheggiata, pronta all’utilizzo, ma la domanda che ci sorge spontanea con gli altri responsabili della nostra associazione è se il parcheggio, regolarmente riaperto dopo la festa garantirà l’accesso del camion di Anpas  che arriverà da li a un’ora. Non c’è tempo da perdere, meglio andare subito in sede a chiudere il parcheggio per evitare che si riempa ancor di piu di auto, a spostare un paio di pulmini per far spazio al camion.

Detto fatto eccomi qui, anche io, a collaborare attivamente per far si che la macchina dei soccorsi di Anpas sia pronta. 

Arriva il camion, una manovra, aggancia la cucina, consegno le chiavi e via, parte per Genova.

A cena ha già sfornato 300 pasti per i soccorritori e gli sfollati.

E io torno a casa, fiero di essere un volontario Anpas e di aver fatto, nel mio piccolo, qualcosa di buono anche oggi, assieme a tutti i volontari e soccorritori. Di essere stato, anche solo per mezz’ora un piccolo ingranaggio di una macchina che, ognuno con il suo ruolo, permette di esserci sempre in caso di emergenza.